Vittorio Gaveglia | editorialize

Vittorio Gaveglia

PHOTOGRAPHER & GRAPHIC DESIGNER

sei nella pagina editorialize

Io fotografo anche in strada

Ho sentito dire in questi giorni che chi fa street photography è un persona che va per strada senza meta a fotografare a caso cose che ritiene possano significare qualcosa. Io, che faccio fotografie, spesso uso la strada per esprimermi e credo che la questione sia un po’ più complicata. Intanto non è vero che va a zonzo, va dove ci sono le persone (ma la fotografia di strada non riguarda solo le persone), nella testa tanti ragionamenti, tanta esperienza passata, tanti libri, tante mostre, tanta storia dell’arte, tante discussioni, tanta Gestalt… Il fotografo, per strada, si trova davanti un set completamente da organizzare, un set costituito da strutture fisse e cose in movimento, ma sono in movimento continuo anche le linee di forza…

veicoli che vanno da una parte, altri dalla parte opposta, sguardi che si incrociano, altri che vanno oltre… cose da interpretare, altre a cui dare un senso, relazionarle, … e poi, le emozioni, le relazioni tra persone, gesti, volti, cose apparentemente strane. Tutte queste pippe mentali danno vita a una moltitudine di opportunità da fotografare. Quindi uno streeter non zonzola, ma pensa, ragiona, immagina, prevede, tesse ragnatele, crea copioni di storie probabili, aspetta, spera, soffre, esulta. Lui non guarda, ma vede... compone, scarta e poi scatta. Tutto quello che ho scritto qui sopra può avvenire anche in pochi secondi e non sempre con fortuna, andando ad arricchire quell’album di fotografie magistrali scattate soltanto con la testa ma che non esistono nella realtà.

06-07-2016

| torna su |

Cheese...chi parla?

(Ancora qualcosa sull’iPhoneografia) – I nostri smartphone non sono solo telefoni con la fotocamera incorporata, ma sono fotocamere connesse direttamente a internet, che trasformano la fotografia in una comunicazione istantanea. I telefonini hanno avvicinato alla fotografia persone che fino a quel momento non avevano mai avuto una macchina fotografica. All’inizio non si potevano tenere in memoria tante foto a causa dei limiti tecnologici, oggi nonostante le memorie si siano evolute e non ci sono quasi più limiti di spazio, si tende a scattare, inviare e cancellare la foto. Ma ancor di più, a differenza delle macchine digitali, i telefonini hanno, in un certo senso, smaterializzato la fotografia, trasformandola in un oggetto visibile in retroilluminazione e che probabilmente non verrà mai stampata. C’è poi da dire, che noi tutti convivendo con il telefonino (o più di uno), abbiamo la possibilità di scattare in maniera rapida, estemporanea, avvicinandoci molto all’istante decisivo (Cartier-Bresson) della fotografia di strada (Street photography). Fin dall’inizio i fruitori dei telefonini hanno apprezzato i “difetti” di questa tecnologia (rendendoli pregi unici), un po’ come abbiamo fatto e facciamo noi quando fotografiamo con una Holga o una Diana (Toy camera). Con i miglioramenti della qualità e con l’aumento dei megapixel che ogni giorno ci sono, anche grazie ad aggiornamenti continui da poter scaricare ovunque, alcuni fotografi hanno cominciato a sviluppare i loro progetti proprio per “solo” telefonino. Per questo oggi una nuova figura di fotografo è entrata a far parte dell’universo fotografia, è quella del “phoneur” che non è altro che quello che scatta mentre fa finta di parlare al telefono con qualcuno. Attraverso questi piccoli mezzi è possibile confondersi tra la folla, fotografare senza essere notati, immortalare i gusti della gente, i loro modi di fare, i rapporti tra di loro o con i prodotti di consumo, come fruiscono dei servizi… in pratica una documentazione visiva dei non luoghi di Augé. Tutto questo a discapito della privacy che si assottiglia sempre di più. Come le telecamere di sorveglianza che si incontrano un po’ dappertutto ormai. Bene! Può innalzarsi a forma d’arte la foto o un progetto fotografico prodotto con un telefonino? E ripropongo una domanda che ultimamente vedo rimbalzare continuamente sul web, in particolar modo nei forum di fotografia. “Se le fotografie di Cartier-Bresson, di Erwitt, di Doisneau, per nominare solo alcuni dei più celebri fotografi della storia, fossero state scattate con l’iPhone, avrebbero perso d’impatto? Non credo, nella maniera più assoluta.

La fotografia è un racconto, una forma di comunicazione che in qualche modo ti dà in continuazione pugni nello stomaco, nel bene e nel male, ti fa sorridere, ti confonde, ti commuove, ti fa incazzare. La fotografia è una forma di espressione che serve proprio a questo, a denunciare, a scuotere, a chiederti mille perché. Secondo me all’arte in genere e alla fotografia in particolare, poco importa la tecnica o il mezzo utilizzato (Daido Moriyama scatta in bianco e nero con una compattina Ricoh, generando immagini di un impatto emotivo straordinario), certo se voglio una foto stampata di un metro per un metro e quaranta, il file di uno smartphone non è che è proprio adatto, per certe cose e per certi usi la reflex è d’obbligo, ma non è la reflex da 40 megapixel che aggiunge valore o significato ad una foto. Oggi gli smartphone non sono soltanto nuovissimi gadget di tendenza, personalizzabili in mille modi in base al vestito che si sta indossando o alla collana di Swarovski che si ha al collo; il fatto nuovo, è che si è evoluto un nuovo linguaggio fotografico, che va a sfociare anche nel sociale. Interi reportage che sensibilizzano ogni giorno l’opinione pubblica, sono realizzati esclusivamente con l’iPhone. Fare foto è diventato un gesto istintivo, è un intercalare nelle relazioni interpersonali. Un tempo si fotografava il mondo per ricordarlo, oggi le foto lo abitano e lo consumano insieme a noi. Una volta ci si metteva in posa, spesso le pose erano studiate in maniera maniacale, e queste foto a rivederle danno l’impressione di un carattere rigoroso, spesso importante a chi era ritratto. Ora con gli smartphone questa cosa si è appiattita, si è persa questa unicità che rendeva particolare quelle foto, ma di sicuro si è guadagnata molta freschezza, c’è molta più verità… si entra molto di più nell’anima delle persone, si riescono a vedere i sentimenti, le sofferenze… una volta celati dalle finte pose, quasi sempre uguali… quasi sempre per ricordare un figlio con la candelina del suo primo anno, una prima comunione, una gita fuori porta… o Pisa con la Torre da non far cadere a tutti i costi. Le foto fatte con il telefonino sono un fatto dei nostri giorni, bisogna accettarle così come sono… sono un fatto “popolare” che non sta snaturando questa forma d’arte, permettono a tutti di prendere parte a questa forma artistica in modo semplice.

15-10-2015

| torna su |

Dalle sedute spiritiche al mosso.

Con Muybridge, Marey, Mach, Röentgen, la fotografia si avvia verso un uso scientifico, attraverso modifiche agli apparecchi e all’applicazione di nuove tecniche. Ci si allontana dalla natura che fino ad allora era il soggetto preminente e si provano effetti e tecniche, a volte anche molto suggestive come i “multiritratti a specchio”, un giochetto per illudersi di una visione della realtà tutta rifatta. Il primo in Italia che sperimenta questa tecnica è Umberto Boccioni, il soggetto che si ripete in mille sfaccettature rende anche l’io frammentato e supera così la logica del realismo. È una prima idea del futurismo che comunque, stranamente, nasce con il rigetto nei confronti della tecnologia che considera alquanto fredda. Boccioni pensa alla fotografia in maniera negativa e sicuramente non come arte, invece, i futuristi cercano di utilizzare il nuovo mezzo nel campo parascientifico, dalla cronofotografia alla fotografia spiritica, quasi un uscire fuori dalla tradizione e andare dritti verso il futuro. L’uso del mezzo fotografico, per loro, serve a spiegare soprattutto i fenomeni invisibili dell’occulto, non gli interessa una fotografia come linguaggio d’arte, anche perché non sanno, non essendo fotografi, come usare la fotografia per immortalare un’azione, un gesto, la loro vitalità, che è alla base del loro manifesto. Anton Giulio Bragaglia, abbastanza bistrattato da Boccioni e dai futuristi in genere, cerca di utilizzare il mezzo fotografico andando oltre. Molto oltre. La sua ricerca sul movimento aggiunge tanto alle ricerche futuriste, per esempio la smaterializzazione dei corpi in movimento, la visibilità delle traiettorie. Tutta la sperimentazione di Bragaglia avviene pressoché in solitaria, proprio perché vuole uscire dall’unico modo di fotografare di allora... fotografare la natura come se fosse un dipinto. I suoi esperimenti consistono nel registrare su una lastra, movimenti, gesti... con esposizioni prolungate. I soggetti ritratti risultano così “mossi”, spesso con “moltiplicate” (figure intermedie). Sicuramente studiò Marey, ma anche l’esperimento-scommessa di Muybridge (quello del cavallo al galoppo). La differenza fondamentale è che Muybridge dà senso al movimento impressionando una successione di lastre, il movimento di Bragaglia viene impressionato su un unico fotogramma. Nel 1911 pubblica il saggio “Foto-dinamismo futurista” con 16 sue immagini, tra le quali “L’uomo che suona il contrabbasso”, “Dinamismo di un cane a guinzaglio” e con la premessa che lui e il fratello Arturo “non” erano fotografi. Insomma, avanguardia pura, uno schiaffo alla tradizione. Non andarono mai d’accordo con i futuristi, in particolar modo con Boccioni, Marinetti invece spesso finanziava i loro esperimenti. La motivazione che li allontanava dal movimento era che: “questa rappresentazione statica non penetrasse l’interiorità delle cose e quindi non potesse ricreare la sostanza che riempie la distanza tra un oggetto e l’altro”.

I futuristi fondamentalmente non riescono a capire che la foto-dinamica disprezza il modo meccanico di ricostruire la realtà, e invece esalta il modo di ritrarre la realtà nella fluidità del movimento. Non solo, ma l’essenza portata in superficie da una foto-dinamica, ha un coinvolgimento emotivo per il fruitore molto più forte che in altre arti. Le sperimentazioni sul fotodinamismo non sono finite con i Bragaglia, tantissimi grandi autori hanno fatto propria questa tecnica, spesso utilizzata per drammatizzare o rendere un’azione per quella che è nella realtà, un esempio per tutti sono molti scatti di Paolo Pellegrin, che utilizza il mosso in scenari spesso molto difficili, a significare la difficoltà sia dei soggetti ritratti, sia delle condizioni critiche di chi scatta. Per quello che mi riguarda sono sempre stato attratto da un’altra realtà, quella vissuta attraverso l’intuizione del momento. Più che davanti alle cose, ai luoghi o alle persone, ho sempre desiderato mettermi al loro centro. Naturalmente, utilizzando un mezzo che credo di conoscere abbastanza bene, come mezzo di riproduzione meccanica della realtà, ho l’esigenza di registrare insieme a ciò che vedo anche le emozioni che i soggetti generano. Per questo sento di dover andare oltre i tempi di scatto canonici, così molte mie foto sono prese con tempi lenti, con tempi che vanno da una inspirazione a un’espirazione... in apnea. Non guardo il mare che si agita nelle onde ma sono parte di esso. Cogliere l’energia sprigionata dalla materia, seguirne la traiettoria, per imprimere la sensazione dinamica. E come sosteneva Anton Giulio Bragaglia nella teoria del “Foto-dinamismo futurista”: “la prova mossa non è uguale a prova movimentata perché nella prima esiste un breve spostamento o una completa distruzione dei corpi e nella seconda solo una de-materializzazione di questi, con traccia di movimento: traccia tanto più viva, quanto più recente. Là, dunque, ove la fotografia appare tanto mossa, e tanto poco movimentata da non esservi più nulla nella lastra, è che la fotodinamica incomincia, avendo quale scopo il ricordo della sensazione dinamica di un movimento e la sua sagoma scientificamente fedele, anche nella de-materializzazione” Il mosso è come percepire un presente infinito, e tuttavia dinamico, facendomi assorbire dal soggetto osservato. Cioè cogliere in un singolo istante del presente, la vita che pulsa nel suo vero senso; e questo momento che pulsa si muove incessantemente, sempre. A dire il vero, impressionare il sensore, guidare la luce a disegnare un gesto, è anche una goduria per il corpo, costretto a movimenti spesso inusuali, svelti, repentini, giocare con la macchina, con gli obiettivi... uno spettacolo divertente per chi guarda... ma che scatti ragazzi!

18-02-2015

| torna su |

I "non" ricordi dei "non luoghi"

I non luoghi sono spazi che hanno la prerogativa di non essere relazionali, spazi dove le identità si perdono, dove non ci sono le proprie radici. In questi non luoghi, milioni di individui si incrociano, senza mai entrare in rapporto tra loro, quindi, precarietà assoluta del momento, provvisorietà, transiti totalmente solitari. Attraversiamo questi non luoghi senza viverci, senza avere sensazioni né emozioni, guardando distrattamente, non focalizzando. I "non" ricordi dei "non luoghi". La fotografia di questi territori dovrebbe essere rappresentativa di tutto, dell'architettura, della sua funzione e dei suoi rapporti con gli individui e con gli oggetti. Le immagini di questi sentieri di passaggio devono evidenziare ciò che non hanno più. In queste strutture dove noi transitiamo la maggior parte del tempo; cliniche, alberghi, ospizi, case per le vacanze, stazioni, aeroporti, supermercati, tutto è fatto a misura di nulla per utenti generici. Bisognerebbe riuscire ad imprimere sul sensore le mille facce che in pochi minuti rendono questi territori zone di grandi assenza... come gli sguardi vuoti e disinteressati che si incrociano, l'indifferenza, i rapporti muti tra noi e un bancomat, tra noi ed una obliteratrice, tra noi e un capotreno, tra noi e un orario, come i visi segnati di gente che fa di questi luoghi la loro vita, gente che vive sfiorandosi... gente di cui ignoriamo tutto.

Quando mi trovo nei non luoghi (e mi ci trovo spesso), il caos nella mia testa diventa improvvisamente silenzio, tutto è animato però, linee che si intrecciano, fughe, prospettive, forme... spesso ci si tocca... nel silenzio totale... è come vivere in un film muto senza il pianista che dà tensione emotiva al racconto. Tutti condividiamo quegli spazi con la nostra sola presenza, priva di relazioni: anche se ci relazioniamo con le architetture e con le cose, senza dare un senso ad esse, le viviamo passivamente, le subiamo. Un silenzio intenso e ingombrante, catturato in un'immagine, un silenzio pregno di ombre, riflessi, linee di forza. Stazioni, porti, metropolitane, questi i non luoghi che mi hanno sempre affascinato, gente che arriva, bagagli, facce, sguardi... incroci di vite, gente che si sfiora, si tocca e non si incontrerà mai più. Comunque incontri, casualità. Il viaggio, lungo o corto che sia, passa sempre per questi "non luoghi" ed è sempre un'opportunità, una borsa che si riempie. Click.

20-11-2014

| torna su |